di Giancarlo Maculotti
– Coltivi ancora il tuo orto?
– Semini le patate?
– Falci i prati vicino a casa?
Alle domande viene data risposta quasi sempre negativa soprattutto in alta Valleamonica. I due parchi dello Stelvio e dell’Adamello hanno sicuramente ridato importanza alla montagna. Gli escursionisti sono aumentati in misura esponenziale tanto da creare alcuni problemi: traffico di automobili su strade strette e pericolose e necessità di parcheggi dove prima non se ne sentiva il bisogno. I comuni sono intervenuti per limitare i danni esigendo pagamenti e mettendo divieti (Vasp- viabilità agro-silvopastorale). Ci sono però degli effetti collaterali all’istituzione dei parchi di cui nessuno si cura. Sono state abbandonate molte coltivazioni attorno ad alcuni paesi non solo per la crisi dell’agricoltura montana dovuta anche a nuove occasioni lavorative nella ristorazione, sugli impianti sciistici, nell’offerta di posti letto, ma pure perché l’enorme crescita di animali selvatici (cervi, caprioli, cinghiali), dovuta alle aree protette e alla proibizione della caccia, ha determinato un’invasione di erbivori nelle periferie dei paesi e persino sulle strade più trafficate.
– Non coltivo più l’orto e non semino più patate perché i cervi mi mangiano l’insalata, le verze, le piante dei tuberi…
Bisognerebbe recintare tutto con costi troppo alti e anche con uno stravolgimento della bellezza del paesaggio…
Ci sono dei rimedi ad una situazione del genere? Certo che ci sono, ma è necessario prendere l’iniziativa e organizzarsi. Non è possibile una risposta individuale a problemi che riguardano l’intera comunità. Le difficoltà per il mantenimento dell’agricoltura e dell’allevamento nascono anche per l’enorme frammentazione delle proprietà che non favorisce certo il
nascere di nuove imprese in campo agricolo. In alcune Regioni all’avanguardia sono nate quindi le ASFO. Di che si tratta? La sigla significa Associazioni Fondarie. In Piemonte esistono da molto tempo e hanno permesso una rinascita della manutenzione della montagna soprattutto nelle cosiddette aree interne. Si sono costituite 50 associazioni che hanno
recuperato alla coltivazione più di 5000 ettari (95% in montagna) unendo 18 mila particelle catastali, con l’impegno di 1500 soci privati e 40 pubblici. Anche in Friuli sono documentate esperienze da imitare. La Regione Lombardia nel 2019 ha approvato una legge per favorire anche da noi la nascita delle ASFO, ma siamo solo agli inizi. Due le iniziative da citare vicine a noi: il recupero di vigneti abbandonati in Valtellina e un uso più intelligente del territorio della Maddalena vicino a Brescia. In Vallecamonica non mi risulta che ci siano Associazioni Fondiarie ed è un vero peccato. La legge regionale prevede contributi significativi per aiutare a costituirle. La Cariplo finanzia i progetti più qualificati. Ciò che manca è l’iniziativa dei cittadini, dei Comuni e della Comunità Montana.
Tutto dipende dalla crescita della coscienza sociale dei cittadini. Su questo terreno potrebbe dare il suo apporto qualificato l’Unimont di Edolo. Infatti le Asfo presuppongono la volontà e la capacità di mettersi in collaborazione e di perseguire un interesse collettivo. Con l’esasperato individualismo di moda oggi non si risolve nessun problema del genere.
Alcuni giovani hanno già capito la lezione e si stanno attivando. Le Vicinie, dove sono ancora vive, possono prendere l’iniziativa. I Parchi possono fornire il loro contributo formativo. Unire i terreni frammentati e abbandonati, salvaguardando le proprietà private o comuni, non è impresa semplice. Ci vuole l’accordo di molte persone. A molti
l’abbandono totale al selvatico pesa. Significa sputare sui sacrifici di generazioni di nostri avi e su possibili risorse che possono essere riattivate.
Le associazioni fondiarie possono agire in vari campi. Propongo alcuni esempi: perché non identificare un’area che, previo accordo dei proprietari, viene destinata a orti collettivi dopo averla recintata con i contributi dell’associazione? Perché non recintare i prati destinati a pascolo in modo che gli allevatori di mucche e di pecore possano pascolare liberamente senza dover ogni volta piantare recinti elettrificati? In cambio potrebbero dedicarsi alla manutenzione delle sorgenti, dei rigagnoli non regimentati che trasformano i prati in pantani, dei sentieri, dei muri a secco. Inoltre potrebbero sradicare erbe che non vengono mangiate né da bovini né da ovini e che deturpano prati fino a trasformarli in radure non pascolabili (invasione delle ortiche, dei cardi, del Rumex alpinus, Romice alpino, pianta erbacea perenne che dove si diffonde su terreni azotati distrugge con le sue radici profonde ogni altro tipo di erba mangiabile). I prati sono già usati, a volte con il consenso, spesso abusivamente, per il pascolo.
Perché non razionalizzare e incrementare l’uso legittimo? Se i prati e i campi non sono più coltivati perché non pensare ad un rimboschimento parziale per uso collettivo? Si potrebbero portare molti altri esempi, ma, anche per ragioni di spazio, mi limito a questi. Gli obiettivi penso siano chiari a tutti: preservare il patrimonio rurale, contrastare l’abbandono agricolo-forestale, aumentare l’occupazione. Se mancano le idee manca tutto. Se ci sono le idee si deve trovare la volontà di realizzarle. Gli strumenti oggi ci sono. Non ditemi che mancano le teste.



