Remare contro remare per…

di Giancarlo Maculotti

È rimasto solo Remo. Sento da casa il ticchettio. Sta battendo la falce vicino alla vecchia stalla. È l’unico ormai che falcia ancora a mano tre o quattro prati. Raccoglie l’erba per i conigli. Tutto il resto della campagna è abbandonato. Anche i terreni più vicini e più comodi. Quest’anno non li hanno ripuliti nemmeno le pecore. Pare sia una protesta preventiva dei pastori contro l’AsFo, l’Associazione Fondiaria appena nata.

Ma che cosa sarebbe questa nuova iniziativa? Una risposta all’abbandono di terreni che sono costati millenni di lavoro per renderli coltivabili e che ora stanno inevitabilmente tornando alla selvatichezza del paleolitico, quando l’uomo viveva di caccia e raccolta di frutti spontanei.

Ad alcuni l’abbandono non provoca nessun magone. Sembra un destino ineluttabile. A molti invece provoca repulsione. Soprattutto a chi ha visto con i suoi occhi tutta la campagna che sembrava un giardino verde e fiorito, mentre oggi è tutto fieno secco e sterpaglia abbandonati. L’AsFo sarebbe dunque il tentativo di occuparsi dei numerosi prati e campi che circondano i paesi e che vivono l’ingiuria dell’abbandono.

A che pro l’AsFo di Pezzo? È un tentativo romantico e velleitario di riunire i terreni, senza nulla sottrarre ai proprietari, per renderli più pascolabili e magari coltivabili? Sì, è proprio questo, ma non è né romanticismo né velleitarismo. C’è molta fiducia in questa operazione se già nel primo mese di vita ha raccolto più di duecento proprietà conferite per realizzare il progetto. Ci sono le esperienze di altre valli come la Valtellina. C’è la lunga esperienza del Piemonte con più di 5000 proprietà concesse in gestione alle AsFo. C’è una legge delle Regione Lombardia che finanzia con circa 10 mila € l’operazione. C’è la volontà dei membri del consiglio e del Comune di sperimentare la lotta all’abbandono. Ma come?

Occupandosi ad esempio dello sfalcio dei terreni. Tentando di ricostruire i terrazzamenti con muri a secco ormai caduti o cadenti. Provando di nuovo a regimentare le acque che trasformano i prati in paludi (carèsi). Impegni onerosi e poco produttivi all’inizio, ma propedeutici a qualche limitato riuso per nuove sperimentazioni. Perché ad esempio non provare a creare un orto comunitario vicino all’abitato? Perché non sperimentare la coltivazione dell’orzo e della segale per produrre una birra locale? Perché non provare coltivazioni arboree molto remunerative? Non è dilettantismo. Molti ci hanno già provato e hanno avuto successo.

Insomma, le idee sono tante e solo sperimentando si può capire ciò che funziona e può creare piccole imprese e ciò che invece non ha futuro. Di certo il semplice mugugno non porta a nulla. La sfiducia in ogni nuova iniziativa nemmeno. La prima AsFo di Valcamonica è nata e ha già ha trovato una serie di imitatori. Ora, rimboccarsi le maniche e andare avanti. Se non altro per dare un po’ di fastidio ai conservatori o amanti del degrado così com’è. Ma soprattutto per vedere se alcuni animali, oltre quelli di Remo, possono nascere e prolificare.